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Che cos’è un autore?
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L’interesse del filosofo francese Michel Foucault per la letteratura precede quello che sarebbe stata la parte più riconoscibile del suo pensiero, identificata con l’analisi delle strutture del potere. Essa si colloca intorno agli anni Sessanta e si inscrive in un contesto in cui le coordinate della critica erano profondamente influenzate dalla psicanalisi lacaniana, lo strutturalismo e un distacco dalla modalità di organizzazione del sapere istituzionale. Per Michel Foucault non si trattò di un interesse marginale, dentro un’opera che si sarebbe poi rivolta ad altro, ma di una tensione specifica all’ambito letterario che avrebbe accompagnato tutto il suo lavoro. Fin da Le parole e le cose, la letteratura si presenta, infatti, come ciò che può cessare di appartenere al potere normativo del discorso e «manifestare il linguaggio nel suo spessore». Ed è proprio dal linguaggio, in «quel linguaggio che non è parlato da nessuno, nel quale ogni soggetto vi disegna solo una piega grammaticale», che ha inizio la decennale ricerca di Michel Foucault sulla genesi e la dispersione del soggetto. In questo contesto la sua riflessione sulla figura dell’autore, e delle sue funzioni discorsive, si stacca dall’ambito della critica letteraria per inaugurare un percorso che a partire da essa approda all’etica e alla filosofia. «Nella scrittura il pericolo nella manifestazione o nell’esaltazione del gesto di scrivere; non si tratta di incastrare un soggetto in un linguaggio; si tratta dell’apertura di uno spazio in cui il soggetto scrivente non cessi di sparire.» Per il filosofo francese il declino della figura dell’autore, con i relativi privilegi, è un processo che non cessa di compiersi, e i suoi riferimenti letterari non cessano di dimostrarlo (Mallarmé, Holderlin, Blanchot). Responsabile del ritardo del suo declino è, quindi, il nome dell’autore. «Il nome d’autore non procede come il nome proprio all’interno di un discorso verso l’individuo reale ed esteriore che lo ha prodotto, ma esso (...) manifesta l’avvenimento di un certo gruppo di discorsi e si riferisce allo statuto di tale discorso all’interno di una società e all’interno di una cultura. (...) Si potrebbe dunque dire che ci sono in una civiltà come la nostra un certo numero di discorsi che sono dotati della funzione “autore”, mentre altri ne sono sprovvisti. (...) La funzione autore è quindi caratteristica di un modo di esistenza, di circolazione e di funzionamento di certi discorsi all’interno di una società.» «Ma i discorsi “letterari” non possono più essere accolti se non sono dotati della funzione autore: ad ogni testo di poesia o di invenzione si domanderà da dove viene, chi l’ha scritto, in quale data, in quali circostanza o a partire da quale oggetto. Il senso che gli si dà, lo statuto o il valore che gli si riconosce dipendono dal modo in cui si risponde a queste domande. E se, in seguito a un incidente o a una volontà esplicita dell’autore, esso ci perviene nell’anonimato, il gioco consiste subito nel ritrovare l’autore. L’anonimo letterario non ci è sopportabile; noi lo accettiamo solo come enigma. La funzione autore svolge in pieno il suo ruolo ai nostri giorni per quel che riguarda le opere letterarie.» «Questa funzione autore non si forma spontaneamente come l’attribuzione di un discorso ad un individuo. È il risultato di un’operazione complessa che costituisce un certo essere ragionevole che chiamiamo autore.» «Forse è tempo di studiare i discorsi non più soltanto nel loro valore espressivo, ma nella modalità della loro esistenza: i modi di circolazione, di valorizzazione, di attribuzione, di appropriazione dei discorsi; la maniera in cui si articolano su dei rapporti sociali si decifra in modo, mi sembra, più diretto nel gioco della funzione autore e nelle sue modificazioni. (...) L’autore è probabilmente soltanto una delle specificazioni possibili della funzione autore. Specificazione possibile o necessaria? Guardando le modificazioni storiche che si sono succedute non sembra indispensabile, assolutamente, che la funzione autore rimanga costante nella sua forma, nella sua complessità e finanche nella sua esistenza. Si può immaginare un cultura dove i discorsi circolassero e fossero ricevuti senza che la funzione autore apparisse mai. Tutti i discorsi si svolgerebbero nell’anonimato del mormorio.» Stralci da: Michel Foucault, Che cos’è un autore, in Scritti letterari, Feltrinelli, Milano 1984 |
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