Home iLibreria

Home


Giovanni Semerano

L'infinito:
un equivoco millenario
Bruno Mondadori
pp. 298
€ 18,08 Lire 35.000

 

 

 

 

 

 

Le peripezie di un libro "scomodo"
di Umberto Galimberti

Ho fatto il giro delle sette chiese nel tentativo di far pubblicare un libro di un autore, non «sconosciuto», ma «misconosciuto», di cui Emanuele Severino dice che «i suoi libri sono una festa dell'intelligenza», mentre Massimo Cacciari riconosce che «alle straordinarie ricerche di questo solitario devo moltissime indicazioni per tutta la dimensione etimologica del mio libro Arcipelago». Gli editori Feltrinelli e Cortina mi hanno detto che il libro non rientrava nelle loro linee editoriali. E in un certo senso è vero. Ma che c'entra se si tratta di un libro che scava fino alle origini della nostra cultura e smantella la tesi secondo cui l'indoeuropeo è all'origine delle nostre lingue? Una tesi che poggia sostanzialmente sulla pigrizia dei ricercatori e sulle posizioni di potere raggiunte e poi solidificate da questa pigrizia. Mi rivolgo allora all'editore Einaudi, ma qui Salvatore Settis che non approva una sola riga del nostro autore ne sconsiglia la pubblicazione.
Solo Francesco Cataluccio, direttore editoriale della Bruno Mondadori, tenta l'impresa, e in questi giorni in cui il libro è uscito mi scrive una lettera dicendosi orgoglioso d'averlo pubblicato. Tutto questo per dire che anche la cultura, che sembra la più innocua tra le vicende umane, fa fatica a imporsi in questo tempo dove ciò che conta, per ragioni di mercato, è il basso gusto a cui sono sensibili i palati delle folle. E questo vale tanto per le case editrici quanto per le pagine dei giornali, entrambe più attente alle curiosità elementari e un po' sudaticce della gente che alla promozione delle idee.

L'autore di cui parlo è Giovanni Semerano che a novant'anni ha scritto: L'infinito: un equivoco millenario. Le antiche civiltà del Vicino Oriente e le origini del pensiero greco. (Bruno Mondadori, pagg. 298, lire 35.000). Allievo di Giorgio Pasquali e del semiologo Giuseppe Forlani, di Giacomo Devoto e Bruno Migliorini, Giovanni Semerano incomincia la sua carriera a Firenze come professore di latino e greco al liceo, ma la sua vera passione è l'etimologia delle parole, la cui ricerca viene delusa troppe volte quando, consultando i dizionari etimologici che sposano la tesi dell'origine indoeuropea delle nostre lingue, si trova di fronte alle espressioni: etimologia «sconosciuta», «inconnue», «ignorée», «unbekannt», «unknown». Gli viene allora il sospetto che, assumendo come quadro di riferimento la lingua accadica parlata nel terzo millennio a.C. in Anatolia, Siria, Mesopotamia dai mercanti e dai sovrani nei loro epistolari con i faraoni egiziani, quelle etimologie «sconosciute» cedono il loro segreto e in particolar modo le etimologie delle parole inglesi e tedesche che hanno sempre messo a dura prova il quadro di riferimento indoeuropeo.

Per inseguire questa sua ipotesi Giovanni Semerano abbandona la cattedra di liceo e si trasferisce come direttore prima alla Biblioteca Laurenziana di Firenze e poi alla Biblioteca Nazionale dove rimane per trent'anni a costruire il suo capolavoro che ha per titolo Le origini della cultura europea, in quattro volumi pubblicati da Leo Olschki. I primi due (1984) con l'etimologia dei nomi di città e di persona, gli altri due (1994) articolati in un dizionario etimologico rispettivamente della lingua latina e della lingua greca, con il loro prosieguo nelle lingue moderne: inglese, tedesco, francese, italiano, spagnolo, portoghese. A Leo Olschki Giovanni Semerano giunse grazie a un incontro che risale agli anni Settanta con Neppi Modona, ordinario di etruscologia all'Università di Firenze, che aveva appena pubblicato un libro su «Cortona etrusca». A Neppi Modona, Giovanni Semerano raccontò, con il suo stile schivo e la sua voce sommessa, che, su basi accadiche, «Cortona» voleva dire «terra», con riferimento all'etrusco «kurtun», all'ebraico «keret», all'egizio «qart», alla città cretese «Gortina», all'italiano «Crotone», al latino «Cartago» con quel finale «ago» che significa «acqua» come si conveniva a Cartagine che era un porto sul Mediterraneo. A proposito degli etruschi, dobbiamo sapere che l'allora massima autorità in materia, il prof. Massimo Pallottino, sosteneva l'indecifrabilità di quella scrittura in quanto quella cultura aveva in Toscana la sua origine senza altre derivazioni, nonostante Erodoto avesse scritto nelle sue Storie che gli etruschi provenivano dalla Lidia in Anatolia. Giovanni Semerano, partendo dall'accadico, decifrò quella scrittura, ma la sua scoperta, per l'autorità di Massimo Pallottino, non ebbe alcun seguito e la scrittura etrusca rimase inutilmente avvolta nel suo enigma.

Nel 1985, in occasione della celebrazione degli etruschi si tenne un convegno internazionale a Firenze dove a Giovanni Semerano fu concesso un intervento di soli tre minuti dove non era possibile dimostrare nulla. Verso la fine degli anni Settanta Giovanni Spadolini, conosciuto Semerano, gli commissionò una ricerca sull'etimologia della parola «Italia» che allora veniva resa come «terra dei vitelli» da «vitulus» (vitello). Semerano segnalò che la «i» di «vitulus» era breve, mentre la «i» di «Italia» era lunga e perciò era presumibile che la parola venisse dall'accadico «Atalu» che significa «terra del tramonto», a cui corrispondeva la parola etrusca «Hinthial» che vuol dire «ombra». Fu allora che l'inviato in Italia del giornale inglese The Guardian si incuriosì del personaggio e, grazie ai buoni uffici di Neppi Modona, lo raggiunse a Firenze e lo intervistò uscendo poi con un titolo a tutta pagina «An italian professor finds accadian roots under the linguistic tree». (Un professore italiano scopre le radici accadiche sotto l'albero delle lingue).

La notizia sconvolse il mondo culturale anglosassone e lasciò indifferente quello italiano, ad eccezione di Indro Montanelli che qualche anno dopo si incuriosì della cosa e invitò Giovanni Semerano a scrivere alcuni articoli sull'argomento sul suo giornale. Questo piccolo riconoscimento infastidì Salvatore Settis che il 23 febbraio dell'85 screditò su Tuttolibri de La Stampa Giovanni Semerano colpevole a suo dire di considerarsi il Galileo che pretendeva una rivoluzione copernicana a proposito dell'origine delle lingue. Ma proprio in quegli anni Vittorio Mathieu, capo della spedizione italiana in Siria, rinveniva una statuetta acefala che riproduceva il figlio di Ibbit Lim re di Ebla, e subito dopo ventimila tavolette della Biblioteca di Ebla che l'assiriologo Giovanni Pettinato prese a tradurre e a divulgare la scoperta nei suoi bei libri che confortavano l'ipotesi di Giovanni Semerano. Fu allora, che in occasione di una mia conferenza a Firenze, incontrai un mercante fiorentino di stoffe, Romano Romoli, che da trent'anni seguiva e sosteneva le ricerche di Giovanni Semerano.

Laureato in storia economica, autore di libri e spesso invitato dalle varie università europee e americane a tenere conferenze sulla storia del tessuto a Firenze, grazie anche alla sua conoscenza di cinque lingue, alla mia domanda come facesse a tenere insieme le due attività, il mercante di stoffa mi disse che il suo amico Giovanni Semerano gli aveva spiegato che in accadico la parola «texus» vuol dire ad un tempo «tessuto» e «libro, testo». Conosciuto così, traverso Romano Romoli, Giovanni Semerano, gli recensì i suoi dizionari etimologici pubblicati nel 1994 da Olschki sulle pagine culturali de Il Sole24 ore. Nello stesso anno si accorsero di lui e si interessarono alle sue ricerche Emanuele Severino e Massimo Cacciari di cui si diceva all'inizio. Il resto è storia recente. Nel 1999, in occasione del congresso internazionale tenutosi a Milano su «Le radici prime dell'Europa» L'Espresso fece un ampio servizio sulla relazione di Giovanni Semerano, e nell'aprile del 2000 Sergio Frau su Repubblica gli dedicò due intere pagine della cultura con un bellissimo articolo: «Così la terra incominciò a parlare». Oggi so che Gabriella Caramore, nella sua fortunata trasmissione settimanale su Radio 3 dedicherà al nostro illustre filologo tre puntate. (...)

(da "la Repubblica", del 14 giugno 2001)





inizio pagina