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«Penso sia possibile cominciare a teorizzare l'esistenza di fattori comuni fra scrittori provenienti da paesi poveri o minoranze sottomesse in paesi ricchi e dire che buona parte delle novità della letteratura mondiale provengano da tali gruppi». |
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Salman Rushdie
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L'autore |
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Il testo di copertina
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L'incipit Hagie Erano già passati tre giorni di sole preghiere da quando Miriam si era chiusa, per sua scelta, nel Walli All'Amudi (*) senza acqua né cibo. Voleva parlare col suo Dio, Allah, nella speranza di trovare una soluzione, una luce che illuminasse la sua strada così ardua. Miriam lo faceva ogni volta che aveva bisogno di aiuto per le sue scelte, di una risposta alle sue incertezze. - E perché non sei riuscita a trovare nessun'altra ragazza prima? - chiese stupita Miriam. (*) "Walli": una specie di convento nel cui interno è custodita la tomba di un santo (Walli). La gente vi si reca nei momenti di crisi e sosta in preghiera, talvolta per più giorni. A Nablus ci sono alcuni Walli, uno di essi si chiama "All'Amudi". |
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La letteratura salvata dagli stranieri Da Rushdie a Ben Jelloun, all'estero adottare una lingua presa in prestito è un fenomeno ormai consolidato. «Arrivò Scanderbeg, dove arrivò? Arrivò con la sua moto nel burrone del Varchijuso, dove a malapena si scendeva a piedi. Arrivò Scanderbeg e mi chiamò con gli occhi: vieni, Lidia, vieni». Lingua italiana, musicalità delle rapsodie popolari arbëresh. Un antico idioma balcanico, tuttora parlato dagli albanesi fuggiti in Calabria secoli fa, piega l'italiano di Carmine Abate a soluzioni inaudite. E questo è soltanto un esempio, tratto da un romanzo, La moto di Scanderbeg, che per un soffio non è entrato nella cinquina del Campiello. Come Abate, anche Muin Madih Masri e Younis Tawfik scrivono in una lingua diversa dalla loro lingua madre: l'italiano che hanno imparato a scuola o vivendo qui. Il primo, palestinese, ha pubblicato una lunga fiaba araba, ambientata nel periodo della guerra dei Sei giorni. Nel Sole d'inverno, questo è il titolo, l'esotismo è un morbido inganno che avvolge il lettore conducendolo di fronte a mali e dolori mai sanati. Tawfik, nato in Iraq nel '57, esordisce ora con un vero e proprio romanzo, La straniera. Il suo linguaggio è ordinario, ma il procedere ellittico della narrazione, i ricorrenti sfoghi in prosa poetica creano una contaminazione fra modelli classici arabi e la modernità di una storia d'integrazione nella Torino d'oggi. «Uno straniero non è mai felice fino in fondo», scrive Younis Tawfik. «Perfetto è quell'uomo per cui l'intero mondo è un paese straniero», dice con Abate il figlio di Scanderbeg. (Continua) (Dal "Corriere della Sera" del 23 novembre 1999) |
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Dalla rete Con le nostre parole. Un convegno tenutosi al Lingotto di Torino sui narratori stranieri che scrivono in italiano (da "la Repubblica" del 12 maggio 2000). Scrivono in italiano per sentirsi a casa un articolo di Merlina Ponti per Quotidiano.net del 7 febbraio 2000. |
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In
libreria
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Younis Tawfik |
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Straniero. Diverso. Estraneo. Così è l'Architetto, un giovane uomo che da un paese del Medio Oriente si è trasferito in Italia per gli studi universitari e vi è rimasto a lavorare senza incontrare eccessive difficoltà. E così è Amina, una ragazza che l'uomo incontra per caso e dalla quale si sente irresistibilmente attratto, contro la sua stessa volontà. Perché Amina vive una vita ai margini, estremamente diversa dalla sua, la vita di chi non si è mai integrato, e per resistere è costretta a vendere il suo corpo. Sullo sfondo di una Torino multietnica e inquieta, raccontata attraverso gli occhi di due anime in transito provenienti da una cultura altra, una storia d'amore impossibile, insieme toccante e amara, che segna l'esordio di una nuova e potente voce letteraria. Una voce in grado di infondere a una storia di estrema contemporaneità tutto il fascino della classica letteratura islamica, creando uno stile inedito, diverso, straniero.
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