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Jean-Michel Basquiat
 

 Jean-Michel Basquiat
 
 
 
 
 

 

Downtown 81
Patrizia Ferri

Aggirandosi per New York seguendo i suoi pensieri e parlando di”letteratura al neon” Basquiat , un giorno qualunque dell’anno millenovecentottantuno, è già consapevole di scegliere una delle strade che il suo destino gli indica: quello di una vita immolata sull’altare del mito romantico dell’artista totale. 
E di un giorno qualunque dall’alba al tramonto vissuto tutto d’un fiato, come in fondo tutta la sua breve vita, tratta Downtown 81, il film che ha come protagonista  l’icona nera della street art, quintessenza del cool, che nuota come un pesce nell’acquario dell’underground newyorchese dell’epoca, tra nuova pittura e graffitisti, belle donne, post punk, new wave, hip hop, club culture, sullo sfondo la ripresa economica di un mercato dell’arte in ascesa, lo yuppismo nascente, gli squilibri sociali sotto la patina di un' onnipotenza pervasiva del mondo mediatico insomma tutto quel clima tra cinismo e deriva, gioco e frenesia, irripetibile e travolgente targato anniottanta.
Jean Michel Basquiat ,con la sua arte dura e trasgressiva, spirituale e sensuale, che rispecchia la caduta dei sistemi ideologici e filosofici, dove l’archetipo primitivo è accanto all’immagine tecnologica, le visioni notturne metropolitane, l’intreccio dei linguaggi, il meticciato culturale, il sacro legato al profano, Bibbia e vudu, nella fede assoluta nel binomio arte-vita vissuto sulla propria pelle con tutte le sue leggende, ombre, illusioni, contraddizioni e senso dell’estremo, è una delle espressioni più originali, consapevoli ed emblematiche della cultura contemporanea, quando si teorizzava che la storia fosse finita. Coniugava art brut, espressionismo astratto, new dada e concettuale, infanzia e alienazione, rabbia e denuncia sociale, rap, funky e jazz, storia dell’arte e anatomia come metafora di un’arte istintiva che parte dal corpo e al corpo ritorna in opere come straordinarie alchimie  poetiche da sentire e vedere, dove le parole sono pennellate come diceva lui stesso.
Già da graffitista  ha una posizione  autonoma, sopratutto per l’uso della scrittura come  una vera e propria ossessione al limite della  grafomania, pensando probabilmente al mondo come un’immensa lavagna,che  inizialmente  invade i muri, che  persiste  nella pittura comparendo come semplice frase scritta tra le immagini dei primi  collages su cartoline e sulle magliette che vendeva per vivere: nel film infatti Samo (Same Old Shit, pseudonimo degli esordi) è alle prese con i primi tag in collaborazione con Al Diaz, vere e proprie scritture automatiche poetiche, ironiche ed enigmatiche, intrise di una spiazzante filosofia del quotidiano, notate da Haring col quale dal ’79 stringe un sodalizio intenso, come quello con Warhol conosciuto tre anni dopo e che è al centro del film di Julian Schnabel Basquiat, del 1996, che rievoca l’amico scomparso accanto al maestro della pop art.
Glenn O’Brien comincia a girare “New York Beat” (titolo originale del film) scritto da lui, diretto da Edo Bertoglio e prodotto da Maripol alla fine del 1980, con un Basquiat che interpreta se stesso alle prese con problemi ordinari di sopravvivenza, nella fattispecie procurarsi con la vendita di un quadro i soldi per l’affitto del suo appartamento da cui veniva sfrattato, e già incarnando in fieri la leggenda  dell’artista che da zero inizia la scalata verso il successo e la fama in un  riscatto esistenziale individuale che diventa presto quello collettivo delle minoranze di colore in quanto primo e unico artista nero entrato a pieni titoli nel mondo dell’arte internazionale. E’ l’anno anche della sua prima consacrazione nel sistema, grazie al gallerista Diego Cortez, con la mostra “Time Square Show” accanto a David Hammons, Kiki Smith, Jenny Holzer, Kenny Scharf, a Manhattan: già un grande successo di pubblico e di critica a cui seguirà l’anno dopo “New York-New Wave”
con i mostri sacri dello star sistem newyorchese, che lo induce a lasciare definitivamente il suo gruppo musicale Gray per la pittura. E tra le note di Gray, John Lurie, Plastics, Tuxedomoon, DNA, Marvin Pontiac, The Specials, Kenny Burrell, Chris Stein, Kid Creole e The Coconuts, James White & The Blacks, Melle Mel e Blondie, Vincent Gallo, Lydia Lunch, Steve French e Suicide, (alcuni dei quali compaiono anche come attori) il lungometraggio di Edo Bertoglio è  un viaggio da Soho all’Est Village, nella vita notturna di Manhattan, dal Mudd Club al Club 57 downtown, tra performance di personaggi noti e gente comune, situazioni reali calate in una dimensione  romantica  a tratti surreale, intensa e non descrittiva, decisamente coinvolgente, con un ritmo a tratti in un crescendo da videoclip. Un ritratto riuscito tra i tanti ritratti e autoritratti di Basquiat, all’interno di un concentrato e pulsante affresco  della cosiddetta era post-punk coacervo di sperimentazione, energia fluida e vitalismo decade, dove nessuno recita ma incarna  naturalmente il proprio personaggio.
Il film viene interrotto proprio nella sua fase conclusiva, alcune scene andarono perse per poi essere recuperate nel ’98, rimontate e a fine 2000 completata l’intera produzione, sempre sotto la supervisione di Maripol e O’Brien, viene presentato a Cannes con il titolo di Downtown 81.
Il film  presentato in anteprima nazionale al Chiostro del Bramante, insieme a una rassegna fotografica della New York anni Ottanta, nell’ambito della mostra ”Jean Michel-Basquiat,dipinti”  a cura di Gianni Mercurio e Mirella Panepinto, andrà in onda sabato 1 giugno alle 22,30 su RaiSat Art in un omaggio a un artista che ha bruciato la sua vita  col fuoco sacro della ricerca attraverso l’arte della propria identità che porta le stigmate di un’epoca. Dalle ceneri degli anni Ottanta,come ha detto qualcuno, le sue braci ardono ancora.

 
 
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